La corsa all'IA ha un problema: la corrente
La Silicon Valley ha costruito le IA più sofisticate della storia. Adesso ha un problema: non trova la corrente per farle funzionare.
Sapete qual è il vero segreto per vincere la corsa all’intelligenza artificiale? Non è avere i chip più potenti, né costruire i data center più grandi, né mettere sul piatto più soldi di tutti. È una cosa molto più banale: la corrente elettrica.
Non è un’iperbole. La Silicon Valley ha costruito le intelligenze artificiali più sofisticate della storia ma adesso ha un problema serio a trovare l’energia per farle girare. E se la crescita dei data center continuerà al ritmo attuale, la domanda globale di elettricità per alimentarli è destinata a raddoppiare entro il 2030. Ma il divario tra chi l’energia ce l’ha e chi no è già oggi enorme.
Il collo di bottiglia americano
A spiegarlo meglio di chiunque altro è stato Satya Nadella, l’amministratore delegato di Microsoft: “Il problema più grande che abbiamo adesso non è un eccesso di capacità di calcolo. È l’energia. Ho un mucchio di chip che giacciono in magazzino che non riesco ad accendere. Non è una questione di disponibilità di chip, è che non ho i data center allacciati alla rete in cui collegarli.”
Microsoft ha costruito i data center, li ha riempiti di GPU, ha tutto insomma. Tranne la corrente. E non è un caso isolato: OpenAI ha scritto al governo americano una frase che vale la pena leggere con attenzione: “Gli elettroni sono il nuovo petrolio.”
Non è una metafora ad effetto ma una richiesta di intervento federale urgente, perché gli Stati Uniti non sono in grado di fornire l’elettricità necessaria a mantenere il proprio vantaggio nella corsa all’IA.
Il problema è duplice e nessuno dei due fattori ha a che fare con la tecnologia. Il primo è la burocrazia: un nuovo progetto energetico che nel 2008 richiedeva meno di due anni per essere connesso alla rete, nel 2024 ne richiedeva oltre quattro e mezzo.
Più del doppio, e non per ragioni tecniche ma normative. Quando i tralicci attraversano i confini statali servono permessi incrociati, autorità regolatorie diverse, tempi che si moltiplicano. Solo il governo federale potrebbe scavalcare questa frammentazione, ma finora nessuna amministrazione lo ha fatto con la necessaria determinazione.
Il secondo problema è ancora più strutturale: le linee di trasmissione. Quand’anche gli Stati Uniti producessero tutta l’energia necessaria domani mattina, non avrebbero i cavi per trasportarla dove serve. La rete americana è vecchia, sottodimensionata, e i grandi trasformatori hanno tempi di consegna che vanno da uno a tre anni solo per la fornitura del componente.

Al Congresso è stato detto esplicitamente che i permessi per le nuove linee di trasmissione durano in media quattro anni, con punte fino a dieci. Anche aprendo cento nuove centrali domani, l’elettricità non arriverebbe comunque ai data center.
La macchina cinese
Mentre Washington si impantana nella burocrazia, Pechino costruisce. I numeri parlano da soli: dal 2021 a oggi la Cina ha installato 1.500 gigawatt di nuova capacità energetica, portando il totale nazionale a quasi 3.900 gigawatt.
Gli Stati Uniti dispongono di circa 1.370 gigawatt in totale, cioè meno di quanto la Cina ha aggiunto negli ultimi anni. E nei prossimi cinque anni, secondo Bloomberg, Pechino aggiungerà altri 3.400 gigawatt: più di due volte e mezza l’intera capacità installata attuale americana.
Non è solo una questione di quantità ma anche di velocità. La Cina ha costruito reti ad alta tensione su scala nazionale, ha pianificato e ha eseguito. Ha da poco inaugurato una linea che collega il Tibet alle fabbriche del sud del paese, attraversando l’Himalaya per portare energia idroelettrica pulita dove serve.
Per Jensen Huang, CEO di Nvidia, la Cina potrebbe “vincere la corsa all’IA” grazie a un’energia sostanzialmente illimitata
Pechino continua a bruciare carbone, certo, ma ormai ricava oltre la metà della sua crescita elettrica più recente da eolico, solare e idroelettrico.
Ecco perché Jensen Huang, il CEO di Nvidia, l’uomo i cui chip fanno girare praticamente tutti i modelli di IA del mondo, ha dichiarato che la Cina potrebbe “vincere la corsa all’IA” grazie a un’energia sostanzialmente illimitata.
Elon Musk ha previsto che Pechino avrà tre volte la capacità di calcolo americana entro la fine dell’anno, semplicemente perché avrà tre volte l’energia. Due uomini vicinissimi a Trump che dicono la stessa cosa: stiamo perdendo, e il problema è la corrente.
Lo scarico di responsabilità di Trump
A proposito di Trump. Nel suo recente discorso sullo Stato dell’Unione è stato molto chiaro: le grandi aziende tech dovranno “provvedere autonomamente ai propri fabbisogni energetici”, così che “i prezzi di nessun consumatore aumentino.”
Una posizione apparentemente decisa che a più di un osservatore è sembrata uno scarico di responsabilità. E anche piuttosto incoerente, visto che l’amministrazione che dichiara di voler vincere la corsa globale all’IA sta attivamente sabotando le rinnovabili, che male certo non farebbero in un paese così assetato d’energia.

Trump ha cancellato una garanzia di prestito da 4,9 miliardi di dollari per il Grain Belt Express, 1.300 chilometri di linee pensate per portare energia eolica dal Kansas al Midwest. Nel frattempo la Cina inaugura linee ad alta tensione attraverso l’Himalaya. Il confronto si commenta da sé.
C’è poi un dettaglio che lo scarico di responsabilità trumpiano non tiene in conto: le aziende tech americane prevedono di emettere quest’anno un record di 450 miliardi di dollari in obbligazioni. Sono già indebitate fino al collo. Scaricare su di loro anche i costi dell’infrastruttura energetica non attenuerà il rischio bolla: lo accelererà.
L’Europa dei pochi watt
E noi? I paesi europei con un surplus energetico strutturale si contano sulle dita di una mano. La Norvegia con il suo idroelettrico abbondante, poi Svezia e Finlandia, che all’idro affiancano il nucleare. Non a caso sono già diventati i luoghi preferiti per costruire i data center: non solo perché il freddo aiuta il raffreddamento, ma perché i data center vanno dove l’energia c’è, è stabile e costa poco.
La Francia è un caso a parte: il nucleare le garantirebbe una capacità importante, ma la fragilità dimostrata negli ultimi anni, con diversi reattori fermi per manutenzione, ne limita l’affidabilità. L’Italia è in una posizione ancora più fragile: dipendenza strutturale dall’import energetico, capacità installata insufficiente, rinnovabili che crescono ma non abbastanza in fretta.

L’effetto è a catena: chi controlla l’energia controlla dove si costruiscono i data center, e dunque dove risiede l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale. La partita della sovranità digitale europea si gioca anche, e forse soprattutto, su quanti watt ciascun paese è in grado di garantire.
La corsa dentro la corsa
Qualcuno potrebbe obiettare che l’innovazione cambierà le carte in tavola: chip più efficienti ridimensioneranno la domanda. Ed è vero che i progressi ci sono: ogni nuova generazione di GPU offre miglioramenti impressionanti nel rapporto performance per watt.
Ma qui entra in gioco il paradosso di Jevons, che avevamo già incontrato parlando di IA e sostenibilità: quando una tecnologia rende più efficiente l’uso di una risorsa, il consumo totale di quella risorsa spesso aumenta anziché diminuire.
Chip più efficienti finora hanno significato un’IA più economica da far girare, e quindi più diffusa, in più applicazioni, con volumi che travolgono i risparmi unitari. È esattamente quello che l’economista britannico osservò nel 1865 a proposito del carbone. Centosessant’anni dopo, lo schema si ripete.
C’è insomma una corsa globale all’IA e lo sappiamo tutti. Ma sotto la superficie di questa corsa ce n’è un’altra, meno glamour, meno da titoli in prima pagina, che riguarda tempi di allaccio, linee di trasmissione e gigawatt installati.
Ed è questa, alla fine, quella che conta davvero. Perché si possono avere i chip migliori del mondo, i modelli più sofisticati, i miliardi più abbondanti. Ma se non si ha la corrente per “accenderli”, si possiede solo un magazzino pieno di hardware molto costoso.
Stefano Silvestri



