Nvidia ha un problema che chiunque nel settore vorrebbe avere: ha troppa liquidità.
Parliamo di un fiume di denaro che l’azienda californiana sta cercando di indirizzare tra investimenti, partnership e collaborazioni strategiche, ridisegnando gli equilibri dell’intelligenza artificiale globale.
Negli ultimi giorni le mosse di Jensen Huang hanno fatto il giro del mondo: 5 miliardi di dollari per rafforzare Intel, fino a 100 miliardi per OpenAI e, non bastasse, l’apertura di un centro congiunto di ricerca e robotica ad Abu Dhabi insieme al Technology Innovation Institute (TII).
Un ventaglio di iniziative che racconta non solo la solidità economica di Nvidia ma anche la sua volontà di giocare su più tavoli contemporaneamente.
La montagna di cassa e i buyback record
Secondo FactSet, Nvidia ha generato 72 miliardi di dollari di free cash flow negli ultimi quattro trimestri e si avvia a chiudere l’anno fiscale appena sotto i 100 miliardi. Una cifra che supera le previsioni di tutte le big tech, fatta eccezione per Apple.
Di fronte a numeri di questa portata, il management si è trovato nella necessità di “smaltire” la liquidità in eccesso. Il risultato è che l’azienda ha dapprima riacquistato azioni per circa 50 miliardi di dollari, ampliando successivamente il programma con ulteriori 60 miliardi.
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Mai come in questi mesi la distanza tra Wall Street e l’economia reale sta apparendo così evidente.
Dall’altro ha raddoppiato la spesa in ricerca e sviluppo negli ultimi due anni. Il bello è che i ritmi di crescita delle vendite hanno reso questi numeri alquanto modesti: nell’ultimo anno l’R&D è infatti arrivato appena al 9% del fatturato, mentre nei cinque esercizi precedenti la media si attestava al 22%.
OpenAI e la scommessa da 100 miliardi
L’investimento più clamoroso resta però quello in OpenAI, con una cifra che potrebbe arrivare a 100 miliardi di dollari distribuiti su diversi anni. È un numero vertiginoso, soprattutto se si pensa che nel 2021 il flusso di cassa annuo di Nvidia era poco più di 6 miliardi.
L’obiettivo è finanziare fino a 10 gigawatt di capacità computazionale al servizio del creatore di ChatGPT, il modello che ha acceso la miccia della corsa all’intelligenza artificiale e che oggi vanta oltre 700 milioni di utenti.
OpenAI, però, continua a bruciare cassa nella sua espansione globale. In questo quadro, l’accordo con Nvidia ha una natura circolare: l’azienda californiana investe miliardi, e OpenAI li utilizza proprio per comprare chip Nvidia.
Non si tratta però di un artificio contabile: come ha sottolineato l’analista Stacy Rasgon di Bernstein al Wall Street Journal, “un datacenter da 1 GW implicherebbe probabilmente decine di miliardi di dollari di prodotti Nvidia”.
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Intel e le public relation con Trump
Se l’asse con OpenAI guarda al futuro immediato della corsa all’IA, i 5 miliardi stanziati per Intel hanno invece un valore più politico e industriale.
Da una parte soddisfano l’amministrazione Trump, da tempo orientata a rafforzare la filiera nazionale dei semiconduttori. Dall’altra contribuiscono a stabilizzare un rivale storico, che potrebbe aiutare Nvidia a ridurre la propria dipendenza da TSMC, il gigante taiwanese della manifattura di chip.
Il piano prevede lo sviluppo di nuovi prodotti capaci di intercettare un mercato dove moltissime aziende utilizzano ancora server con processori Intel. Solo pochi anni fa, un’alleanza del genere sarebbe sembrata impensabile. Eppure oggi Nvidia può permettersi di essere magnanima, forte della propria posizione dominante.
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Abu Dhabi e lo sguardo globale
A completare il mosaico delle ultime settimane c’è la mossa nel Golfo Persico. Insieme al Technology Innovation Institute di Abu Dhabi, Nvidia ha inaugurato il primo AI Technology Center del Medio Oriente, dedicato alla ricerca in intelligenza artificiale e robotica.
Per la capitale degli Emirati Arabi è un tassello strategico nel piano di diversificazione economica, per Nvidia un’occasione per rafforzare la propria rete internazionale, spingendo su un’area che negli ultimi mesi è diventata cruciale per la geopolitica dei semiconduttori.
La presenza in Medio Oriente, al fianco di un hub emergente come TII, sottolinea la volontà di Jensen Huang di non lasciare scoperti scenari che potrebbero rivelarsi decisivi nella prossima fase dell’industria.
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Un modello che evita le maxi-acquisizioni
Nonostante la disponibilità di cassa, resta improbabile che Nvidia si lanci in grandi acquisizioni. Lo dimostra la storia recente: l’acquisto più consistente resta quello di Mellanox per 6,9 miliardi di dollari nel 2020, che già allora aveva incontrato le resistenze dei regolatori cinesi e che ora si trova al centro di un nuovo intrigo diplomatico con Pechino.
Oggi qualsiasi operazione di dimensioni simili richiederebbe l’approvazione di Xi Jinping, difficilmente ottenibile in un clima di rivalità tecnologica sempre più marcata tra Stati Uniti e Cina.
Jensen Huang ha inoltre più volte ribadito la sua preferenza per una struttura aziendale piatta, con molte linee dirette, più adatta a gestire piccole acquisizioni mirate che non investimenti miliardari.
Stefano Silvestri







