IA sostenibile? Quando i crediti verdi nascondono i combustibili fossili
"La corsa europea all'intelligenza artificiale si scontra con la realtà energetica. Tra promesse di efficienza e consumi in crescita esponenziale, l'unica certezza è che qualcuno ci sta mentendo.
L’Europa si sta trovando davanti a una scelta che viene spacciata come un bivio inevitabile: competere nella corsa all’intelligenza artificiale o mantenere la leadership globale sugli impegni climatici. Ma è davvero necessario scegliere? O questa narrazione nasconde scelte politiche ed economiche che sarebbe più scomodo ammettere apertamente?
Secondo un’analisi di CNBC, l’Europa sta vivendo quello che Dan Ives di Wedbush Securities definisce un bivio: o il continente decide di “giocare un ruolo nel futuro” dell’AI, oppure rischia di “perdere una grande parte di questa ondata tecnologica”.
Il problema, secondo questa lettura, è che i mandati europei sull’energia verde aggiungono “burocrazia che può rallentare il lancio dei progetti”, mentre gli Stati Uniti riattivano senza esitazioni centrali a combustibili fossili per alimentare la loro espansione nell’IA.
La diagnosi suona familiare: l’Europa è “anti-imprenditoriale”, troppo vincolata dalle sue ambizioni climatiche, destinata a vedere le sue aziende tecnologiche migrare verso Stati Uniti, Medio Oriente o Asia in cerca di politiche più favorevoli.
È una narrativa che abbiamo sentito molte volte, in molti settori. Ma stavolta c’è qualcosa di diverso, qualcosa che vale la pena esaminare più da vicino.
Il falso dilemma
Presentare la questione come una scelta binaria tra competitività tecnologica e sostenibilità ambientale è, nel migliore dei casi, semplicistico. Nel peggiore, è una razionalizzazione per giustificare passi indietro su impegni climatici che erano già difficili da mantenere.
Il vero problema non è se l’Europa debba o meno investire nell’infrastruttura IA. Il vero problema è che nessuno ha un piano credibile per costruire questa infrastruttura senza far esplodere i consumi energetici e, di conseguenza, le emissioni. E invece di ammettere questo fallimento di pianificazione strategica, si preferisce costruire una narrazione dove il clima diventa un ostacolo alla competitività, anziché un vincolo con cui la competitività deve necessariamente fare i conti.
L’energia è indubbiamente il collo di bottiglia principale. I data center richiedono alimentazione costante e affidabile, caratteristiche che le fonti rinnovabili intermittenti come eolico e solare faticano a garantire senza massicci investimenti in storage. Ma questo non è un problema tecnologico insormontabile: è un problema di priorità e investimenti.
Se l’Europa avesse investito negli ultimi dieci anni in capacità di accumulo energetico con la stessa determinazione con cui ha investito nella capacità rinnovabile, oggi non ci troveremmo a discutere se sia necessario tenere aperte le centrali a carbone.
Il paradosso di Jevons applicato all’IA
C’è però un problema ancora più profondo, che raramente emerge nel dibattito pubblico: il paradosso dell’efficienza energetica dell’intelligenza artificiale.
I sostenitori della tecnologia ripetono il mantra secondo cui l’IA ci aiuterà a ottimizzare i consumi, rendere più efficienti le reti elettriche, prevedere meglio i picchi di domanda, migliorare la gestione delle risorse.
La Commissione Europea, come riportato da CNBC, sostiene che “il potenziale dell’IA per rafforzare la resilienza energetica dell’Europa e accelerare la transizione pulita sta diventando sempre più chiaro”.
Ma fermiamoci un attimo. Per ottenere questi benefici di ottimizzazione, dobbiamo prima costruire enormi data center che consumano energia 24 ore su 24, addestrare modelli di dimensioni crescenti (un processo estremamente energivoro), e poi far girare questi modelli in inferenza su scala globale. È come dire: “Costruiamo oggi una mega-fabbrica inquinante, perché domani produrrà pannelli solari che compenseranno l’inquinamento”.
Può anche essere vero ma le domande da porsi sono: quanto tempo ci vorrà per raggiungere il break-even energetico? Siamo davvero sicuri che i guadagni di efficienza supereranno i consumi? E soprattutto: abbiamo i dati per supportare queste affermazioni o sono solo proiezioni ottimistiche?
Quando una tecnologia rende più efficiente l’uso di una risorsa, il consumo totale di quella risorsa spesso aumenta invece di diminuire
Finora, nessuno ha fornito numeri convincenti sul bilancio energetico netto dell’IA. La Commissione Europea parla di “potenziale” ma non fornisce calcoli concreti. Il che ci sembra sospetto.
Ancora più preoccupante è il fenomeno noto come paradosso di Jevons: quando una tecnologia rende più efficiente l’uso di una risorsa, il consumo totale di quella risorsa spesso aumenta invece di diminuire, perché diventa più economica e accessibile. Se l’IA rende l’energia più efficiente e quindi più economica, potremmo finire per consumarne ancora di più in settori che prima non potevano permetterselo.
Lo vediamo già accadere con le GPU di Nvidia e AMD: ogni nuova generazione diventa più efficiente in termini di operazioni per watt, ma invece di consumare meno energia, i ricercatori usano questi processori più potenti per addestrare modelli ancora più grandi. GPT-3 ha richiesto circa 1.287 MWh per l’addestramento. GPT-4, secondo le stime, tra 50 e 100 volte di più. I modelli multimodali più recenti consumano ancora di più.
Ogni salto generazionale nelle prestazioni hardware viene immediatamente “mangiato” da modelli più complessi, più parametri, più dati. Perché nell’IA vige una legge non scritta: “se puoi farlo più grande, fallo più grande”.
Finché il mercato premierà la scala senza imporre limiti assoluti ai consumi, ogni miglioramento di efficienza verrà reinvestito in espansione, non in risparmio.
Il trucco contabile dei crediti verdi
Ma forse il punto più inquietante dell’intero dibattito è un altro. Ossia il modo in cui gli hyperscaler dell’IA (Google, Microsoft, Amazon, Meta) gestiscono i loro “impegni climatici”.
Come nota l’articolo di CNBC, questi giganti tecnologici “hanno ancora il loro obiettivo principale di decarbonizzazione” ma si stanno sempre più rivolgendo a crediti di carbonio e certificati di energia rinnovabile (REC) per raggiungerli. Jim Wright, manager del Premier Miton Global Infrastructure Income Fund, è esplicito: “Lo fanno perché, in realtà, useranno del gas, e potrebbero anche usare del carbone”.
Tradotto in termini più diretti: le aziende che costruiscono l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale si sono impegnate pubblicamente a essere “carbon neutral” o “100% rinnovabili”, ma quando si vanno a guardare i dettagli si scopre che si tratta principalmente di contabilità creativa.
Il meccanismo funziona così: un hyperscaler può costruire data center dove l’energia costa meno (spesso derivata da combustibili fossili), far funzionare questi data center con energia dalla rete locale, e poi comprare certificati di energia rinnovabile (REC) prodotti da un parco eolico dall’altra parte del continente o del mondo. Sul bilancio aziendale risulta “100% energia rinnovabile” ma fisicamente l’energia consumata è fossile.
È l’equivalente di mangiare tre hamburger al giorno ma comprare “certificati di insalata” da un vegano, per poi dichiararsi carbon neutral nell’alimentazione.
Il problema non è solo etico o di trasparenza comunicativa. È che questo sistema crea un’illusione di progresso che rallenta la decarbonizzazione reale. I soldi spesi nell’acquisto di REC potrebbero finanziare nuova capacità rinnovabile effettiva. Invece, vengono usati per permettere alle aziende di continuare a inquinare mentre mantengono un’immagine verde.
È l’equivalente di mangiare tre hamburger al giorno ma comprare “certificati di insalata” da un vegano, per poi dichiararsi carbon neutral nell’alimentazione.
Microsoft, per esempio, ha annunciato l’obiettivo di diventare “carbon negative” entro il 2030. Ma nel 2023 ha dovuto ammettere che le sue emissioni sono aumentate del 30% rispetto al 2020, principalmente a causa del boom dell’AI. La soluzione? Comprare più crediti di carbonio, ma il mercato dei crediti di carbonio è notoriamente complesso, con studi che evidenziano problemi di qualità e verificabilità in molti progetti.
Amazon Web Services ha l'obiettivo di raggiungere il 100% di energia rinnovabile entro il 2025, ma i suoi data center sono spesso collegati a reti elettriche con alto contenuto di energia fossile. Per colmare il gap contabile, AWS firma Power Purchase Agreements (PPA), ossia contratti con cui si impegna ad acquistare, per esempio, l'energia prodotta da un parco solare in Texas, anche se i suoi data center in Virginia continuano a consumare elettricità dalla rete locale alimentata a gas. Come per i REC, è un modo per far quadrare i conti sulla carta senza cambiare la realtà fisica del consumo energetico.
Google è forse il più trasparente: distingue tra “matched renewable energy” (compro certificati) e “carbon-free energy” (uso effettivamente energia pulita). Ma anche loro sono lontani dal raggiungere il 100% di carbon-free energy reale nei loro data center.
L’accordo dell’Unione Europea che include l’uso di crediti di rimozione del carbonio per raggiungere l’obiettivo di riduzione del 90% delle emissioni entro il 2040, legittima ulteriormente questo approccio.
Ha creato, come nota giustamente CNBC, “un’era di aggiunta energetica piuttosto che di transizione”, una dinamica che i CEO petroliferi stanno abbracciando con entusiasmo, visto che la domanda di energia guidata dall’IA supera di gran lunga l’offerta da fonti pulite.
La questione nucleare: energia “low-carbon” ma non “green”
Nel dibattito energetico europeo, un’opzione che sta tornando prepotentemente sul tavolo è il nucleare. Ed è qui che le posizioni si fanno ancora più complicate.
L’Europa è profondamente divisa sulla questione. Nel 2022, l’UE ha incluso il nucleare nella strategia green come energia di transizione sostenibile, scatenando uno scontro politico che vede da una parte Francia, Finlandia, Polonia e Repubblica Ceca (favorevoli), dall’altra Germania, Austria e Lussemburgo (contrari, con l’Austria che ha addirittura fatto ricorso legale).
Gli argomenti a favore sono solidi dal punto di vista delle emissioni: zero CO2 in fase operativa, altissima densità energetica, capacità di fornire energia stabile 24/7 (cruciale per i data center), impronta di carbonio nel ciclo di vita paragonabile o migliore di solare ed eolico.
Gli argomenti contro sono altrettanto solidi: scorie radioattive che rimangono pericolose per migliaia di anni, rischio di incidenti dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche, impatto ambientale significativo dell’estrazione dell’uranio, stress idrico per il raffreddamento (aggravato dal cambiamento climatico), tempi e costi di costruzione proibitivi (10-15 anni per una centrale).
La posizione più onesta intellettualmente è probabilmente questa: il nucleare è energia “low-carbon” ma non necessariamente “green” nel senso pieno del termine. È uno strumento pragmatico per affrontare l’urgenza del boom energetico, soprattutto considerando la domanda dei data center IA, ma con limiti e rischi che non vanno minimizzati.
Il nucleare è energia “low-carbon” ma non necessariamente “green”
Nel contesto specifico del dibattito intelligenza artificiale-energia-clima, il nucleare emerge come una delle poche opzioni per fornire l’energia stabile, abbondante e a basse emissioni di carbonio necessaria ai data center. I piccoli reattori modulari (SMR) potrebbero ridurre alcuni rischi e tempi di costruzione, anche se sono ancora in fase di sviluppo.
Ma presentare il nucleare come “soluzione verde” al problema energetico dell’IA suona disonesto a buona parte del pubblico europeo. Sarebbe più corretto parlare di un compromesso: stiamo scambiando emissioni di CO2 oggi con scorie radioattive domani. Può essere un compromesso accettabile data l’urgenza climatica ma è importante chiamare le cose con il loro nome.
La ritirata silenziosa sugli impegni climatici
Nel frattempo, l’Europa sta già iniziando a fare marcia indietro sui suoi impegni ambientali. Il 2024 è stato l’anno della ritirata silenziosa.
A dicembre, l’UE ha annacquato il suo divieto effettivo sulle nuove auto a motore a combustione dal 2035. Ha approvato un ritardo di un anno nell’implementazione di un nuovo sistema di scambio delle emissioni per edifici, trasporti su strada e piccole industrie. Le direttive sulla due diligence in materia di sostenibilità aziendale (CSDDD) e sulla rendicontazione della sostenibilità aziendale (CSRD) sono state ridotte e rinviate.
Paul Jackson, Regional Global Market Strategist di Invesco, lo spiega con cinismo realista: “Quando i tempi sono buoni, è facile convincere individui, imprese, governi a muoversi nella giusta direzione su questioni come il cambiamento climatico. Ma quando affronti tempi difficili e interessi concorrenti, far scendere l’agenda climatica nella lista delle priorità è una delle cose più facili che i legislatori possono fare”.
Jags Walia, responsabile delle infrastrutture globali quotate presso Van Lanschot Kempen, esprime una preoccupazione ancora più diretta: “Sono preoccupato che, a un certo punto, le chiusure delle centrali a carbone potrebbero essere effettivamente rinviate. Dal punto di vista dell’elettricità, potremmo non essere in grado di permetterci di chiudere le centrali a carbone, il che sarà un vero grattacapo per la transizione energetica”.
Mettere offline i combustibili fossili mentre le rinnovabili entrano in funzione, è un’opzione praticabile quando la domanda di energia è relativamente stabile. Ma con l’IA che richiede energia costante e in rapida crescita, quella stabilità non c’è più.
Kokou Agbo Bloua, responsabile globale della ricerca presso Société Générale, sintetizza la situazione con durezza: “Siamo praticamente spacciati... siamo sulla strada dei due virgola cinque, tre gradi di riscaldamento rispetto ai livelli preindustriali. E se si guardano le tecnologie verdi, vengono utilizzate per i data center, invece di sostituire i combustibili fossili”.
Se manca l’onestà intellettuale
Il problema di fondo di questo dibattito è la mancanza di onestà intellettuale da tutte le parti.
I sostenitori dell’IA presentano la tecnologia come soluzione al cambiamento climatico quando è più corretto dire che è parte del problema, con benefici potenziali ancora da dimostrare concretamente.
Il problema di fondo di questo dibattito è la mancanza di onestà intellettuale da tutte le parti.
I governi europei parlano di “approccio pragmatico” e “revisione sana” delle normative ambientali quando stanno semplicemente cedendo alla pressione economica e riducendo gli impegni climatici.
Le aziende tecnologiche si dichiarano “carbon neutral” o “100% rinnovabili” attraverso trucchi contabili che mascherano consumi reali di energia fossile in continua crescita.
Gli ambientalisti rifiutano di ammettere che certi compromessi potrebbero essere necessari nell’immediato, anche se non ideali nel lungo termine.
La verità purtroppo è più scomoda di tutte queste narrazioni: stiamo vivendo una tensione reale tra due obiettivi ( competitività tecnologica e sostenibilità ambientale) che richiederebbero investimenti massicci, pianificazione di lungo termine, e probabilmente una ridefinizione di cosa significhi “crescita” nell’era della crisi climatica.
L’Europa potrebbe distinguersi non scegliendo tra IA e clima ma investendo massicciamente in soluzioni che permettano di perseguire entrambi: storage energetico su larga scala, innovazione nell’efficienza dei data center, ricerca su algoritmi meno energivori, infrastruttura di rete intelligente, edge computing e sì, probabilmente anche sul nucleare come ponte verso un sistema completamente rinnovabile.
Ma questo richiederebbe una visione strategica di lungo periodo e investimenti pubblici su una scala paragonabile a quelli del Piano Marshall o del New Deal. Invece, stiamo assistendo a una serie di compromessi incrementali al ribasso, mascherati da “pragmatismo”, mentre si lascia che il mercato decida attraverso il meccanismo più economico disponibile: costruire dove costa meno, bruciare combustibili fossili e comprare crediti verdi per far quadrare i conti sulla carta.
Come nota amaramente Jags Walia: “Spesso, quando i paesi vogliono abbandonare un obiettivo di sostenibilità, lo fanno all'ultimo minuto possibile”.
La domanda è: quando arriverà quell’ultimo minuto, sarà ancora possibile invertire la rotta? O scopriremo che, nel frattempo, abbiamo costruito un’infrastruttura IA mondiale alimentata da combustibili fossili, giustificata da promesse di efficienza futura che non si sono mai materializzate, e certificata “verde” da un sistema di crediti che è poco più di una finzione contabile?
L'intelligenza artificiale può essere molte cose ma con l'attuale modello di sviluppo basato sulla crescita esponenziale dei consumi energetici, sostenibile non lo è certo. E continuare a fingere il contrario non ci aiuterà né a vincere la competizione tecnologica, né a salvare il clima.
Ci aiuterà solo a sentirci meglio mentre facciamo entrambe le cose male.
Stefano Silvestri










Massì, estinguiamoci, lentamente, dolorosamente, continuiamo esattamente come stiamo facendo dall'inizio della nostra storia.. con più tecnologia, con più balle, sempre a raccontarcela e a prenderci in giro