Il nuovo capitalismo di Trump, tra dirigismo, personalismi e instabilità
Le recenti mosse del presidente degli Stati Uniti ridisegnano il rapporto tra governo e grandi imprese: trattative private, percentuali sui profitti e un messaggio chiaro alla corporate America.
C’è un filo che unisce le ultime mosse di Donald Trump nel settore dei semiconduttori, dei media e della tecnologia: la progressiva rottura con la filosofia economica del laissez-faire di Ronald Reagan, che ha plasmato il Partito Repubblicano per decenni.
Non siamo di fronte a un semplice aggiustamento tattico ma a un cambio di paradigma nel rapporto fra potere politico e corporate America.
Tant'è che gli storici dell’economia riferendosi al secondo mandato di Trump parlano della più aggressiva incursione federale nell’economia statunitense dai salvataggi bancari e automobilistici dell’era Obama nel 2009. Che però all’epoca erano giustificati dalla crisi finanziaria mentre oggi, osservano, siamo in assenza di emergenze.
Il caso Nvidia e AMD è emblematico. I due produttori americani dei chip più avanzati si sono impegnati a versare al governo il 15% dei profitti delle vendite in Cina, sbloccate direttamente dal presidente.
A ciò si aggiunge quello di Intel, con Lip-Bu Tan, suo CEO, prima sfiduciato da Trump via social, poi richiamato alla Casa Bianca per una cena informale. Ora, è notizia di queste ore, si parla di un ingresso del Governo americano tra gli azionisti del colosso dei chip.
È un passaggio senza precedenti nella storia economica americana, che spinge oltre lo statalismo tradizionale. Siamo piuttosto di fronte a un capitalismo di Stato dove il governo non è proprietario delle imprese, ma le controlla comunque con un numero crescente di strumenti. Magari ricavandone anche un profitto, per il Tesoro federale o, meglio ancora, per la famiglia presidenziale.
Il risultato è un modello che concentra il potere di indirizzo e condizionamento industriale nelle mani dell’esecutivo. Senza però la pianificazione organica tipica di Pechino.
La nuova corsa all'atomica
Va però detto che ci troviamo in un contesto storico dove la competizione tecnologica è senza precedenti e, in tal senso, l’approccio dirigista di Trump può essere letto come una scelta di sicurezza nazionale.
La corsa all’intelligenza artificiale, ai semiconduttori e alle materie prime strategiche è oggi paragonabile, per importanza e urgenza, alla corsa all’atomica ai tempi di Oppenheimer. E l’avversario, ormai lo sappiamo tutti, è la Cina.
In uno scenario del genere, un capo di Stato può ritenere necessario mobilitare ogni risorsa possibile per assicurarsi il primato, anche a costo di sacrificare parte dei principi del libero mercato.
Le recenti mosse di Trump vanno lette anche in questa chiave: l’investimento da 400 milioni di dollari in azioni privilegiate del produttore statunitense di terre rare MP Materials, fondamentale per le filiere tecnologiche e militari, o la golden share in United States Steel per preservare il controllo sull’acciaio nazionale, rientrano in una strategia di protezione e potenziamento delle infrastrutture industriali vitali per il Paese.
In quest’ottica, lo statalismo presidenziale appare come un’arma in più per vincere una sfida che definirà gli equilibri geopolitici dei prossimi decenni.
Eppure, anche interpretando le scelte di Trump come una forma estrema di protezione nazionale, è impossibile ignorare il fatto che lui e la sua famiglia abbiano finora tratto un arricchimento personale enorme dal primo semestre alla Casa Bianca.
Secondo un’inchiesta del New Yorker, i guadagni legati direttamente alla sua presidenza ammontano infatti a circa 3,4 miliardi di dollari, frutto soprattutto di investimenti in criptovalute (per un valore stimato di 2,37 miliardi), affari nel Golfo Persico, e persino il regalo di un jet privato dal Qatar.
Il che, purtroppo, solleva il legittimo sospetto che l'operato di Trump non sia sempre nell’interesse nazionale.

Dirigismo 2.0
Il dirigismo è un concetto economico e politico che descrive un sistema in cui lo Stato esercita un ruolo di guida e di pianificazione centralizzata sull'economia di un Paese, ben oltre la semplice regolamentazione.
E sulla base di quanto scritto finora, Trump lo sta iniettando nel capitalismo americano in dosi massicce, seguendo probabilmente più gli istinti personali e la predilezione per gli affari che un piano strategico coerente.
Tutto è iniziato a gennaio, quando i leader delle big tech hanno fatto la fila alla Casa Bianca per rendere omaggio al nuovo presidente, nel tentativo di evitare vendette o ottenere favori.
Poi sono arrivate le cause contro due reti televisive, ABC e CBS: procedimenti che le proprietà, Disney e Paramount, hanno preferito chiudere con transazioni multimilionarie a favore di Trump, pur di evitare ostacoli ai propri piani industriali, soggetti a nulla osta governativi.
In questo stesso clima, dopo la cancellazione del talk show di Stephen Colbert, Trump ha dichiarato che anche Jimmy Kimmel e Jimmy Fallon sarebbero stati “i prossimi” a lasciare la televisione, definendoli “senza talento” e di aver avuto un ruolo nella “distruzione” della TV di qualità.
Non sono minacce fisiche ma restano un segnale preciso a chi, nello spettacolo e nei media, lo critica apertamente. E che ricordano il famoso editto bulgaro berlusconiano.
Ci troviamo forse di fronte a un uso dei poteri presidenziali per un tornaconto personale? Certamente. Ma soprattutto è un messaggio chiaro a tutte le imprese: meglio trattare direttamente col presidente, e meglio farlo in termini concreti.
Un modello molto… cinese
Trump ha così aperto un fronte inedito: quello del pay to play istituzionalizzato. Quando un Presidente chiede la percentuale per permettere alle aziende di fare il loro lavoro, non siamo più nell'ambito delle donazioni a campagne elettorali o del lobbying tradizionale.
Si entra invece in un terreno scivoloso, che riduce la prevedibilità per le imprese e mina le regole stesse del mercato. In un contesto dove investimenti e piani produttivi richiedono anni e miliardi, l’assenza di stabilità normativa e decisionale diventa un fattore di rischio strutturale.
Il ribaltamento narrativo è forse l’aspetto più sorprendente. Per decenni Washington ha criticato il dirigismo cinese come ostacolo alla libera impresa e alla concorrenza. Oggi, la “bibbia” del conservatorismo finanziario, il Wall Street Journal, scrive: "Un tempo pensavamo che la Cina, liberalizzando l’economia, sarebbe divenuta simile agli Usa. Invece il capitalismo americano comincia a somigliare a quello della Cina".
Non è soltanto un paradosso ideologico: è un cambiamento culturale che obbliga a ripensare il modo con cui guardiamo l’economia globale.
C’è infine un effetto sistemico sulla corporate governance. Se il messaggio implicito è che conviene avere un rapporto personale col presidente per sopravvivere o prosperare, viene disintermediato l’intero ecosistema di rappresentanza imprenditoriale. Ossia associazioni di categoria, camere di commercio e lobby.
Sulla carta può non sembrare un male ma in questo modo finisce che a essere premiate sono le trattative private, non documentabili e potenzialmente opache. È il passaggio da un capitalismo di Stato a un capitalismo di corte, dove il potere economico si gioca nei salotti presidenziali e non più nelle assemblee degli azionisti.
In questo scenario, la somiglianza con certi modelli autoritari non risiede tanto nell’ingerenza statale nelle imprese, quanto nella personalizzazione estrema delle decisioni economiche e nella subordinazione degli interessi aziendali a quelli politici, se non persino personali, del leader di turno. Un’America così non solo rompe con la sua tradizione liberale ma ridefinisce il concetto stesso del potere economico.
Visto l'andazzo, ci aspettano probabilmente anni di interventi caso per caso, guidati dal calcolo politico immediato e dall’opportunità di incassare consensi o vantaggi.
Il che renderà il sistema America ancora più instabile e più pericoloso per la prevedibilità dei mercati di quanto già non appaia oggi.
Stefano Silvestri




e non va trascurata la megalomania del personaggio, uomo davvero disturbato, l'infinito bisogno di rivalsa, che sta esplodendo con la sua pretesa di vincere un Nobel per la pace (lui "ha fatto finire sei guerre" ma dove ma chi, glielo chiedesse mai qualcuno), non gli bastano soldi e potere sterminati, vuole un riconoscimento di altro genere... il suo papà deve proprio avergli fatto tanto male da piccino...