La tecnologia è il nuovo occhio di Dio?
Dal riconoscimento facciale di Londra a ImmigrationOS negli USA, dal Chat Control europeo al social score cinese: la sorveglianza tecnologica è ormai peggio di quella ultraterrena.
Un tempo bastava alzare lo sguardo al cielo.
C’era un Dio che vedeva tutto, che annotava ogni gesto, ogni pensiero, ogni peccato. E quella convinzione teneva insieme la società: la fede nel giudizio divino come deterrente morale, il timore dell’inferno come strumento di coesione.
Non servivano telecamere, né algoritmi. Bastava credere di essere osservati per comportarsi al meglio.
Era, in un certo senso, una forma di sorveglianza spirituale, un controllo delle masse esercitato attraverso la paura del peccato. Forse, chissà, persino con una finalità nobile: garantire l’ordine, educare, rendere la società migliore.
Ma si trattava pur sempre di un controllo fondato sulla convinzione, non sulla prova. Su un occhio invisibile, non su un obiettivo puntato.
L’orwelliana Inghilterra di Starmer
Oggi quell’occhio non è più divino, ma digitale. Non è più necessario credere in Dio per sapere di essere osservati: lo siamo davvero. E lo saremo sempre di più, ovunque.
Nel Regno Unito, l’occhio di Dio si chiama riconoscimento facciale. Le strade di Londra sono costellate di telecamere che analizzano i volti in tempo reale e li confrontano con database di ricercati. Perché la sicurezza giustifica la visione perenne.
Dalla lotta al crimine, il Governo è poi passato alla tutela dei minori online, con l’Online Safety Act. Che ha trasformato Internet in un’estensione della pubblica piazza, punendo i comportamenti ritenuti “offensivi” o “minacciosi” anche nei commenti sui social. Poi, già che c’era, ha anche oscurato i post su Gaza e sull’Ucraina, ma questa è un’altra storia.
Secondo i primi dati, migliaia di persone sono già state incriminate per messaggi sui social considerati inappropriati, e altrettante vengono arrestate dalle forze dell’ordine per post “indecenti” od “offensivi”.
Un’esagerazione? Non proprio: il prestigioso The Times lo scorso aprile titolava “Police make 30 arrests a day for offensive online messages”. Moltiplicateli per 365 e il computo è presto fatto.
L’orwelliana Inghilterra di Starmer non si è però fermata qui perché è stato avviato un anche controllo serrato sulla pornografia: entro l’anno i siti per adulti dovranno adottare sistemi digitali di verifica dell’età, per impedire l’accesso ai minori.
Come funzioneranno? Tramite verifica con documento d’identità digitale (passaporto, patente, carta d’identità elettronica), controllo biometrico (es. scansione facciale per stimare l’età) oppure affidandosi a fornitori terzi di verifica dell’età (che raccolgono e certificano i dati - cosa ne faranno, non ci è dato saperlo).
In nome della protezione dei bambini, il Regno Unito sta allora costruendo una rete di identificazione digitale che, di fatto, obbliga gli utenti a dichiarare le loro generalità quando guardano siti porno.
Per la cronaca, il sistema non sta funzionando come dovrebbe: i portali che hanno implementato sistemi di verifica hanno infatti visto crollare il proprio traffico e, con esso, gli introiti pubblicitari. Al contrario, quelli che stanno ignorando la legge stanno registrando un aumento fino al triplo dei visitatori rispetto all’anno precedente.

Come se ciò non bastasse, Starmer aveva persino chiesto ad Apple di creare un sistema che permettesse alle autorità di leggere i messaggi criptati dei suoi utenti. La richiesta è stata ritirata solo dopo l’intervento diretto di Washington, che ha giudicato inaccettabile una simile violazione della privacy.
L’episodio rivela un punto di non ritorno: in nome della sicurezza, il governo britannico ha tentato di trasformare la crittografia in una finestra aperta sul privato.
Una volta insomma era la fede a salvare le anime; oggi è la tecnologia a “salvare” i cittadini ma al prezzo di essere osservati in ogni gesto, fisico o virtuale.
La sorveglianza ‘made in Silicon Valley’ di Trump
Negli Stati Uniti, la sorveglianza ha cambiato volto ma non intenzione.
L’agenzia federale ICE, nata per controllare l’immigrazione, è diventata un laboratorio di controllo digitale: usa spyware per violare smartphone, piattaforme come ImmigrationOS di Palantir per mappare ogni spostamento e software di riconoscimento facciale forniti da Clearview AI per identificare chiunque, in qualunque luogo.
Ma la frontiera più inquietante è quella dei droni: piccoli, silenziosi, sempre più autonomi. In diversi Stati, come la California e l’Oregon, le autorità locali li utilizzano per monitorare manifestazioni, perquisire aree private e, in alcuni casi, per sorvolare giardini e cortili alla ricerca di presunte violazioni edilizie o ambientali.
Gli occhi del governo, una volta confinati allo spazio pubblico, oggi possono spingersi fin dentro casa, scavalcando con una telecamera quello che un tempo era considerato un diritto inviolabile: la privacy domestica. Tutto in nome della sicurezza nazionale, s’intende.
L’America che per decenni ha esportato il mito della libertà oggi costruisce la propria infrastruttura di sorveglianza domestica, pronta a colpire “il nemico dall’interno”, come lo definisce Trump. Un nemico fluido, che cambia forma: ieri l’immigrato clandestino, oggi il manifestante, domani chissà.
In un Paese dove la tecnologia nasce per difendere la libertà ma finisce per sorvegliarla, il cerchio sembra allora chiudersi. Il nuovo “occhio di Dio” americano non è più un simbolo metafisico ma una rete di sensori, droni e algoritmi che osserva, interpreta e giudica.
E, come in ogni religione, pretende un atto di fede: fidarsi di chi guarda dall’alto dei cieli, anche quando non si può vedere cosa fa.
L’Europa e l’illusione della virtù
Sarebbe ingenuo pensare che l’Europa rappresenti l’alternativa liberale al controllo digitale di Londra e Washington.
Nel cuore dell’Unione, il dibattito sul Chat Control (la proposta di legge che permetterebbe di scansionare anche i messaggi criptati in nome della lotta alla pedopornografia), mostra quanto anche le democrazie continentali siano pronte a sacrificare la privacy sull’altare della sicurezza.

E c’è chi lo dice ormai apertamente. Il ministro della Giustizia danese Peter Hummelgaard ha infatti dichiarato: “We must break with the totally erroneous perception that it is everyone’s civil liberty to communicate on encrypted messaging services.”
Dobbiamo rompere, insomma, con l’idea “totalmente erronea” che comunicare in modo privato e protetto sia un diritto civile di tutti. È una frase che, in un’altra epoca, avrebbe scatenato un terremoto politico; oggi, passa quasi inosservata.
Eppure racchiude l’essenza della nuova morale europea: la convinzione che la privacy sia un lusso, non un diritto. Il paradosso è che questa deriva arriva proprio dal continente che ha partorito il GDPR, la legge simbolo della tutela dei dati personali, e che sta portando avanti con ostinazione l’AI Act.
Così, mentre il Regno Unito sorveglia le sue strade e gli Stati Uniti entrano in casa coi droni (c’è chi sostiene di essere stato spiato attraverso la finestra), l’Europa s’interroga se scansionare le nostre chat, con l’approvazione tacita di governi che, come quello italiano, oscillano tra prudenza diplomatica e consenso politico.
Si chiama sicurezza ma somiglia terribilmente al suo contrario. Perché quando un ministro arriva a dire che la libertà di comunicare privatamente è “un errore concettuale”, significa che il confine tra Stato di diritto e Stato di controllo è già stato superato. Solo che nessuno vuole ammetterlo.
L’avanguardista Cina
In Cina, infine, quanto abbiamo descritto sembra il passato. Perché il loro presente per noi è fantascienza.
Oltre la Grande Muraglia le telecamere non si limitano infatti a osservare: giudicano. Chi attraversa la strada col rosso viene identificato dal sistema, la sua foto viene mostrata su uno schermo pubblico e la multa arriva in pochi secondi sul telefonino.
E questa è solo la punta dell’iceberg. Ogni gesto quotidiano, dal pagamento delle tasse al tono dei commenti sui social, contribuisce a formare un punteggio personale all’interno del sistema di credito sociale (il cosiddetto social score). Chi accumula punti può accedere a prestiti o promozioni; chi li perde, viene escluso dai voli, dai treni, dai servizi pubblici. È un algoritmo morale: non redime, valuta. E decide se si è buoni cittadini.
Accanto a questo, l’intelligenza artificiale introduce un ulteriore salto di qualità: il controllo predittivo. Nel distretti di Xinjiang e in molte città cinesi, le telecamere non si limitano a registrare ma a interpretare espressioni facciali e schemi di movimento, segnalando automaticamente comportamenti “anomali”. È la versione algoritmica del sospetto: la macchina prevede e agisce prima ancora che si possa sbagliare.
Il modello di sorveglianza cinese non si ferma ai suoi confini. Aziende come Hikvision, Dahua e SenseTime esportano i loro prodotti in decine di Paesi attraverso la Belt and Road Initiative.
Quantomeno, a differenza delle democrazie occidentali, la Cina non ha bisogno di giustificarsi. Non parla di sicurezza nazionale, né di tutela dei minori. Non promette protezione: esercita il controllo come forma naturale dell’ordine sociale.
Là dove l’Occidente ancora maschera la sorveglianza dietro parole come “prevenzione”, “sicurezza” o “tutela dei minori”, Pechino non ha bisogno di veli. L’occhio di Dio, da quelle parti, non è un simbolo né un’ipotesi: è una certezza.
L’etica della paura
Il paradosso del nostro tempo è che abbiamo sostituito la fede con la tecnologia, ma a quanto pare non abbiamo perso il bisogno di essere sorvegliati. Una volta però si chiamava timor di Dio, presto invece sarà paura dell’algoritmo.
Un clic di troppo, una parola sbagliata sui social, il nostro volto scansionato nel posto sbagliato: tutto può diventare errore, segnale, sospetto. E così impareremo a “comportarci bene”, non per scelta morale ma per convenienza. Non per coscienza ma per autoprotezione.
Impareremo a “comportarci bene”, non per scelta morale ma per convenienza
Il nuovo sistema non promette paradisi ultraterreni ma pene immediatamente terrene. Non redime, punisce. Non osserva per illuminare ma per catalogare.
Nel farlo ci trasformerà, poco alla volta, in cittadini-utente, profili perfettamente adattati a un ordine digitale che non ammette deviazioni.
La profezia di Larry Ellison sta dunque diventando realtà. Solo che non produrrà una società più giusta ma una più docile.
Una volta si credeva che Dio ci guardasse per salvarci. Oggi la tecnologia ci guarda per controllarci. E la differenza è che allora avevamo l’illusione che comportandoci bene ci saremmo preparati all’aldilà. Ora, la sorveglianza serve solo a tenerci buoni nell’aldiquà.
Stefano Silvestri







