L’America avverte Big Tech: non siete tenuti a obbedire all’Europa
L'antitrust americano avverte Apple e Google (tra gli altri): se adeguarsi alle normative europee e britanniche compromette la privacy degli americani, non fatelo.
La notizia è arrivata ieri da Washington, ed è di quelle che segnano il passo nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa.
Andrew Ferguson, presidente della Federal Trade Commission (FTC), ha scritto ad Apple, Alphabet, Amazon, Microsoft, Meta e ad altre realtà come X, Signal e Slack, avvertendole che adeguarsi alle leggi digitali europee e britanniche potrebbe violare le normativa americane, qualora ciò comportasse un indebolimento delle tutele per la privacy e la sicurezza dei dati degli utenti statunitensi.
La FTC non è un’agenzia qualsiasi: è l’autorità indipendente che vigila sulla concorrenza, la trasparenza del mercato e, sempre più spesso, sulla tutela dei consumatori nel mondo digitale. In altre parole, è il cane da guardia che può portare in tribunale giganti come Google o Meta se ritiene che abbiano violato regole antitrust o compromesso la protezione dei dati.
Che il suo presidente intervenga con una presa di posizione così netta, è un chiaro segnale politico.
Ferguson ha infatti espresso preoccupazioni esplicite sul Digital Services Act dell’Unione Europea e sull’Online Safety Act britannico, pensati per limitare contenuti illegali e dannosi online, e sull’Investigatory Powers Act del Regno Unito, che amplia i poteri di sorveglianza dello Stato.
Il punto è semplice: per semplificare le operazioni globali, le big tech potrebbero scegliere di uniformare le regole applicandole in maniera indistinta a tutti gli utenti. Ma se ciò significasse applicare anche agli americani norme che riducono privacy e sicurezza, gli Stati Uniti non sono disposti a tollerarlo.
Una tensione che attraversa l’Atlantico
Si tratta di una notizia particolarmente rilevante, perché tocca uno dei nodi più delicati del nostro tempo, ossia la collisione tra sistemi normativi che riflettono visioni profondamente diverse della tecnologia e della società.
Da un lato, l’Europa e il Regno Unito, stanno costruendo leggi sempre più stringenti per limitare il potere delle piattaforme e rendere Internet un ambiente più sicuro e controllato. Dall’altro lato, gli Stati Uniti non vogliono lacci e lacciuoli imposti da altre giurisdizioni.
In realtà, più che difendere astratti principi universali, Washington mira a garantire che le big tech americane non siano sottoposte a regole, multe o ingerenze scritte da altri Stati sovrani. In gioco non c’è solo la gestione dei contenuti o la crittografia come nella querelle di Starmer contro Apple, ma la libertà di operare senza vincoli esterni, anche e soprattutto sul fronte fiscale.
L’amministrazione Trump lo dice senza troppi giri di parole: le aziende americane devono restare libere e non saranno l’Europa o Londra a dettare le condizioni.
L’Europa tra sovranità digitale e pressioni americane
Questa tensione non è nuova ma si manifesta oggi con maggiore chiarezza. Già a inizio agosto, Reuters aveva rivelato che Washington aveva chiesto ai suoi diplomatici in Europa di fare pressione contro il Digital Services Act. E pochi giorni fa, Londra ha fatto marcia indietro sulla richiesta ad Apple di creare una backdoor per accedere ai dati crittografati dei suoi utenti.
Il che mostra quanto sia difficile, persino per un alleato storico degli Stati Uniti, insistere su regole che entrano in conflitto diretto con le priorità di Washington. La domanda che a questo punto sorge spontanea è se lo stesso destino toccherà al Digital Services Act. E qui la partita è molto più complessa.
Il DSA non è infatti una misura isolata come quella britannica ma un quadro normativo già approvato e operativo, che rappresenta per Bruxelles il cuore della cosiddetta “sovranità digitale”.
Significa affermare il diritto dell’Europa a dettare le regole del gioco alle piattaforme che operano sul suo territorio, costringendole a rendere trasparenti i loro algoritmi, a controllare i contenuti e a garantire maggiore tutela agli utenti.
Una partita politica oltre che tecnologica
Fare un passo indietro sarebbe, per la Commissione Europea, una resa politica dopo anni di negoziati e di mediazioni interne.
Eppure, non si può ignorare la realtà geopolitica: finora l’Europa si è mostrata sorprendentemente accomodante verso Donald Trump, soprattutto sul terreno economico, cercando di evitare scontri frontali sui dazi commerciali. Discorso analogo sul fronte fiscale: dopo aver ipotizzato una digital tax comunitaria sulle big tech, Bruxelles ha di fatto accantonato il progetto, un segnale letto da molti come un ulteriore sottomissione a Washington.
Il rischio a questo punto è che anche sul fronte digitale Bruxelles preferisca abbassare il livello dello scontro, adottando interpretazioni più flessibili o applicazioni meno rigide della normativa, pur di non inasprire i rapporti transatlantici.
La vera sfida sarà capire se Washington riuscirà a strappare eccezioni mirate per le big tech americane, lasciando formalmente intatto il DSA ma svuotandolo di efficacia pratica. Se così fosse, l’Europa si ritroverebbe con una legge ambiziosa sulla carta ma inutile nei fatti.
Ciò che emerge con chiarezza è che non stiamo più parlando solo di moderazione dei contenuti o di tutela della privacy. In gioco c’è la capacità dell’Europa di mantenere una linea autonoma rispetto agli Stati Uniti e la volontà di Washington di proteggere la propria industria tecnologica da regole considerate invasive.
È una partita che, pur giocandosi sul terreno del digitale, ha tutte le caratteristiche di uno scontro politico e diplomatico tra potenze.
Se il Regno Unito ha già mostrato i suoi limiti, Bruxelles ora si trova davanti a un bivio: confermare la sua ambizione di “potenza regolatoria” globale, o piegarsi ogni volta che Washington alza la voce.



