Miliardari di carta
Hanno meno di quarant'anni, aziende senza prodotti e valutazioni da capogiro. Benvenuti nell'era in cui il valore non si legge più nel bilancio, ma nelle aspettative.
Quand’ero decisamente più giovane e studiavo economia e commercio, mi insegnarono che il valore di un’azienda lo si leggeva nel bilancio.
Bisognava guardare cose concrete come fatturato, patrimonio immobiliare, numero di dipendenti, ammortamenti, margini operativi, flussi di cassa. Tutte cose che si potevano toccare, misurare, portare in tribunale se qualcuno le contestava. Il tempo, in quel modello, era un alleato paziente: i numeri crescevano o crollavano trimestre dopo trimestre, sotto lo sguardo di clienti e investitori.
Oggi invece Safe Superintelligence, l’azienda fondata da Ilya Sutskever, vale 32 miliardi di dollari. Prodotti sul mercato: zero.
Thinking Machines Lab, la startup di Mira Murati, ha raggiunto i 10 miliardi di valutazione a giugno, quattro mesi dopo l’annuncio, senza aver rilasciato alcunché. Harvey, startup di software legale basato su intelligenza artificiale, è passata da 3 a 8 miliardi in dieci mesi.
Alcuni di questi nuovi miliardari ne sono fortunatamente consapevoli. Winston Weinberg, trent’anni, co-fondatore di Harvey, vive ancora con un coinquilino. E alla domanda sulla sua ricchezza ha risposto con candore disarmante: “Sì, certo, sono miliardi, ma sono sulla carta”.

Il parallelo con Elon Musk
Sulla carta. È questa la parola chiave per capire cosa sta succedendo nel mondo dell’intelligenza artificiale. E sia chiaro, lo scopo di questo articolo non è sminuire il talento dei nuovi miliardari dell’intelligenza artificiale.
Sutskever e Murati hanno contribuito a costruire ChatGPT, il prodotto che ha cambiato la percezione pubblica dell’IA. I fondatori di Cursor, quattro ventenni laureati al MIT nel 2022, hanno creato uno strumento di coding che gli sviluppatori usano davvero. Aravind Srinivas con Perplexity sta sfidando Google sul suo terreno.
Ma c’è una differenza abissale tra il percorso tradizionale e quello attuale. Elon Musk è diventato milionario nel 2002, quando una delle sue prime imprese fu venduta a eBay. Per diventare miliardario ha dovuto fondare SpaceX, prendere il controllo di Tesla, produrre razzi e automobili. Oggetti fisici. Aziende con fatturato. Anni di lavoro, di fallimenti pubblici, di verifiche continue da parte del mercato.
La maggior parte dei nuovi miliardari dell’IA ha fondato invece le proprie aziende meno di tre anni fa, dopo il rilascio di ChatGPT. Alcuni, come i fondatori di Mercor, hanno 22 anni e hanno abbandonato l’università. Altri, come Murati e Sutskever, hanno annunciato le loro startup nel 2024 e sono già nella stratosfera delle valutazioni.
Qui il tempo non misura più ciò che è stato costruito ma viene compresso, e anni di risultati potenziali vengono valutati come se fossero dietro l’angolo.

Il valore dell’aspettativa
Cosa si sta valutando, allora, quando un’azienda senza prodotti vale decine di miliardi? Non il fatturato, che non c’è. Non gli asset, che sono minimi. Si sta valutando il curriculum, la reputazione, l’aspettativa che chi ha contribuito a creare la rivoluzione saprà replicarla.
È una forma di “sequestro preventivo” del talento: gli investitori non comprano una struttura operativa ma blindano il cervello dei fondatori prima che lo faccia la concorrenza. In questo scenario, il talento non è più una risorsa umana ma l’unico vero sottostante finanziario, una materia prima scarsa e preziosissima.
Jai Das, partner di Sapphire Ventures, parlandone col New York Times ha fatto un parallelo tra i miliardari di oggi della Silicon Valley e i baroni delle ferrovie dell’Età Dorata americana di fine Ottocento. Ma ha anche posto la domanda che nessuno vuole sentire: “Quali di queste aziende sopravviveranno? E quali di questi fondatori riusciranno davvero a diventare veri miliardari e non solo miliardari sulla carta?”

La scala del rischio
La differenza con il passato è la scala ma anche la distribuzione del rischio. Nel 1999, alla vigilia del crollo delle dot-com, le valutazioni erano alle stelle per aziende che bruciavano cassa in marketing e uffici lussuosi. Molte sono scomparse. Altre, come Amazon, eBay e Google, sono sopravvissute e hanno definito l’era successiva.
Oggi invece i miliardi dei venture capitalist evaporano quasi istantaneamente in potenza di calcolo. È un singolare trasferimento di ricchezza: il capitale di rischio finisce dritto nelle casse delle Big Tech per pagare server, cloud e chip necessari ad addestrare i modelli.
I miliardi “sulla carta” producono però effetti molto reali: assunzioni fatte su aspettative altissime, partnership industriali costruite su roadmap non testate, governi che iniziano a ragionare in termini di campioni tecnologici prima ancora che esistano prodotti.
Se questa è una bolla, non è solo decisamente più grande ma anche molto più autoreferenziale: il mercato non è più il giudice ultimo fatto di consumatori paganti ma un circolo chiuso dove la validazione arriva dal prossimo round di finanziamento, in un gioco di specchi che sposta il traguardo sempre più avanti.

Oro o cenere?
Oppure no. Forse le tecnologie su cui stanno lavorando questi giovani Re Mida saranno così trasformative che queste valutazioni sembreranno conservative tra dieci anni. Forse Sutskever costruirà davvero una superintelligenza sicura e i 32 miliardi di oggi sembreranno un affare.
Ma nel frattempo Winston Weinberg continua a dividere l’affitto con il suo coinquilino. E forse, con quella frase sui miliardi “sulla carta”, ha capito qualcosa che gli investitori non vogliono ancora ammettere: finché non vendi, finché non c’è un prodotto che genera ricavi reali e non solo altri investimenti, sei ricco solo in teoria.
Miliardari di carta, appunto. In attesa di scoprire se questa diventerà oro o cenere.
Stefano Silvestri





