L'IA è cresciuta dal basso. Gli agenti vogliono imporceli dall'alto
I chatbot hanno sfondato perché la gente li ha scelti. Gli agenti arrivano dall'alto, spinti da aziende che guardano unicamente alla Borsa. Ma l'adozione non s'impone con la forza.
Chi ha visto come si produce il foie gras conosce l’immagine: l’imbuto infilato in gola all’oca, il cibo spinto giù anche quando l’animale non ne vorrebbe più. È la prima cosa che viene in mente guardando come la Silicon Valley sta lanciando gli agenti IA.
“La chat è morta”, ha detto un dirigente di OpenAI al Financial Times. Pochi giorni prima, al Computex di Taipei, Jensen Huang aveva impostato l’intero keynote di Nvidia sullo stesso assunto: i sistemi di IA funzioneranno meno come chatbot e più come lavoratori digitali.
Il messaggio, ripetuto ormai allo sfinimento, è sempre lo stesso. L’era della chat è finita, quella dell’agente è cominciata. Lo decidono loro, a noi resta l’imbuto.
Bottom-up
Finora, però, di imbuti non c’è stato bisogno. ChatGPT è esploso dal basso. Nessuno ha costretto centinaia di milioni di persone a provarlo: lo hanno fatto da sole perché si chiedeva una cosa e arrivava una risposta. Stesso copione per Gemini, per Claude e per l’IA generativa come l’abbiamo conosciuta finora.
L'intelligenza artificiale ha sfondato perché è stata adottata, non imposta. Prima l'hanno usata le persone, poi le aziende ci hanno costruito sopra il business. Con gli agenti si segue la strada opposta: arrivano dall’alto.
La ragione è contabile prima che tecnologica: il chatbot gratuito costa moltissimo da addestrare e far girare, e rende poco perché la stragrande maggioranza degli utenti non paga.
OpenAI vede nelle imprese già circa il 40% dei ricavi e punta al 50% entro l’anno, mentre Codex insegue Claude Code sul mercato della programmazione. Meta vuole portare gli agenti su WhatsApp facendoli pagare a consumo.
Microsoft, con Scout e Project Solara, e Nvidia con RTX Spark vogliono fare dell’agente l’interfaccia di software e hardware. Tutti spingono nella stessa direzione, e la spingono perché lì c’è il profitto che la chat non dà.
Cosa promettono gli agenti
Sia chiaro, la promessa è reale e per certi versi affascinante. Un agente non si limita a rispondere: agisce. Prenota il volo più economico restando entro un tetto di spesa, riorganizza il calendario, scrive e mette in produzione il software, monitora un portafoglio e ribilancia quando un settore supera una certa soglia.
Robinhood lascia già che un agente compri e venda titoli da solo sul conto dei clienti. Per chi ha compiti ripetitivi e ad alto valore, è un salto di produttività che il chatbot, per quanto bravo, non può dare. Su questo l’entusiasmo dei dirigenti ha un fondamento.
Il problema è che tutto questo non somiglia per niente all’esperienza che ha reso popolare l’IA. Un chatbot lo si usa subito: domanda, risposta, fine. Un agente no. Va impostato, gli vanno date istruzioni precise, va sorvegliato mentre lavora, va verificato quando ha finito.
Richiede una competenza e un’attenzione che il grande pubblico non è detto abbia, né voglia investire. La curva di adozione del chatbot è piatta: basta aprirlo. Quella dell’agente è molto più ripida.
I conti che non tornano
E poi ci sono questioni non certo secondarie. La sicurezza, intanto: come ho più volte raccontato a proposito dei rischi dell’IA agentica, ci sono vulnerabilità documentate e gli attacchi di prompt injection possono spingere un agente a usare i permessi e gli strumenti di cui dispone per compiere azioni che l’utente non aveva richiesto o non intendeva autorizzare.
Non è teoria: un agente di assistenza di Meta ha consegnato il controllo di alcuni account, tra cui pagine istituzionali, a chi ne aveva fatto richiesta senza averne diritto.
C’è poi la responsabilità. Se delego a un agente e l’agente sbaglia, di chi è la colpa? Robinhood ha già risposto, mettendo nero su bianco di non rispondere delle perdite generate dalle decisioni degli agenti. Tradotto: l’infrastruttura è loro, il rischio è nostro.
È uno schema comodo per chi vende, molto meno per chi delega a una macchina decisioni che valgono migliaia di euro in pochi minuti.
Top-down
Tutta questa corsa presume che il pubblico voglia pagare per gli agenti. Ma lo stesso pubblico, finora, ha dimostrato di non voler sborsare un euro nemmeno per i chatbot: li usa gratis e basta.
Che chi non ha pagato finora per ChatGPT apra il portafoglio per un agente più complicato, più rischioso e tutto da supervisionare, è un salto logico che nessuno ha ancora giustificato in modo convincente.
Possono dunque dirci che la chat è morta, che avremo un agente per ogni cosa, che farà tutto al posto nostro. Ma l’adozione vera, quella che ha fatto la fortuna dell’IA, è venuta dal basso, dalla scelta libera di milioni di persone.
Le Big Tech ci spingono gli agenti dall’alto, a forza. Ma una richiesta di mercato non si crea per decreto.
Stefano Silvestri




Aggiungo che se già sei in grado di governare il processo (creazione, gestione ecc degli agenti), allora hai anche ragionevolmente le competenze per: (1) usare llm in locale e (2) capire il concetto di "minimo sufficiente".
Beh mi sembra una affermazione un po' massimizzante, gli agenti sono stati spinti dai giganti dell' IA così come all'inizio sono stati spinti i chatbot, perché c'erano solo quelli, mentre ora gli agenti rappresentano la frontiera.