OpenAI: quando una startup diventa rischio sistemico
SoftBank, Microsoft, Amazon, Disney e fondi d'investimento scommettono centinaia di miliardi su OpenAI. E noi, che ci piaccia o no, siamo coinvolti.
Ci sono momenti nella storia della finanza in cui una singola azienda accumula così tanto capitale, così tante aspettative e così tante interdipendenze, da smettere di essere una semplice società e trasformarsi in qualcos’altro: un punto di frattura potenziale dell’intero sistema.
Tra i casi più recenti annoveriamo Lehman Brothers nel 2008 ed Enron nel 2001. OpenAI ha raggiunto quella soglia.
Non parliamo di fallimento imminente, sia chiaro. Parliamo di qualcosa più insidioso: una società valutata 300 miliardi di dollari che ha bruciato 5 miliardi nel 2024 su 3,7 di fatturato, che ha assunto impegni infrastrutturali per 1.400 miliardi di dollari (!) e che ha attirato capitali da praticamente ogni major player tecnologico e finanziario del pianeta.
Basta meno del fallimento
SoftBank ha appena completato un investimento da 41 miliardi di dollari. Microsoft ne ha messi 13. Amazon sta esplorando altri 10 miliardi. Disney è dentro per un miliardo. Nvidia, Thrive Capital, Sequoia, a16z: tutti sono allineati sulla stessa scommessa. Che OpenAI non solo sopravviverà ma dominerà.
Il problema però non è se OpenAI fallirà, quanto che non serve il fallimento per innescare un contagio.
Basta invece uno di questi scenari, che ci paiono tutti realistici: Google lancia modelli migliori e le aziende migrano verso di esso. I modelli open-source raggiungono il 90% della qualità a un decimo del costo. La competizione comprime i margini al punto che la profittabilità prevista per il 2029 slitta al 2035. La crescita rallenta dal 200% annuo al 30%, un valore ancora ottimo per una tech company ma devastante per una valutazione da 300 miliardi costruita su aspettative esponenziali.
In ciascuno di questi scenari, OpenAI non muore. Semplicemente, si ridimensiona. Resta una società rispettabile, magari anche profittevole. Ma per chi ha investito a valutazioni stratosferiche, è un massacro.
L’all-in di Masayoshi Son
SoftBank, che ha venduto l’intera partecipazione in Nvidia per finanziare questa scommessa, vedrebbe evaporare 25-35 miliardi di dollari. Microsoft scoprirebbe di aver sovvenzionato per anni una società che non giustifica più la propria narrativa di crescita. I fondi VC che hanno costruito interi portfolio sulla tesi della “AI dominance”, si troverebbero con partecipazioni svalutate magari del 60-70%.
E poi ci sarebbe l’effetto domino finanziario. Quello vero, quello che sconvolgerebbe i mercati.
C’è infatti una differenza fondamentale rispetto alla bolla dot-com degli anni Novanta: allora erano principalmente fondi e istituzioni a muovere il mercato. Oggi, la democratizzazione del trading online ha portato milioni di investitori retail a essere protagonisti del rally dell’AI.
Il problema è che gli investitori retail reagiscono in modo più emotivo alle oscillazioni di mercato. Vedono OpenAI perdere magari il 20% in una settimana, leggono sui social che “Google ha vinto la guerra dell’AI”, e vendono. Magari non solo OpenAI ma anche Nvidia, Microsoft, Amazon, tutto ciò che ha l’intelligenza artificiale nella sua narrativa.
Il che è esattamente ciò che accadde con la bolla dot-com: quando scoppiò, crollarono non solo le startup senza modello di business ma anche Amazon, Cisco e Microsoft. Nel panico, gli investitori vendono indiscriminatamente tutto ciò che porta le stigmate della bolla.
Il crollo generalizzato
I grandi fondi, che pure hanno puntato miliardi sull’AI, nel caso di un declino di OpenAI sarebbero costretti a seguire l’ondata. E quando tutti vendono contemporaneamente, non importa più quanto sia solida la società sottostante: il prezzo crolla comunque.
Il settore nel suo complesso entrerebbe allora in una fase di “correzione”, eufemismo per dire panic selling, credit crunch e congelamento degli investimenti.
Perché ciò accada, non servirebbe nemmeno una recessione. Basterebbe che OpenAI perdesse la leadership tecnologica per 12-18 mesi. Che Google integrasse Gemini in modo così pervasivo da rendere ChatGPT “un’opzione tra tante” invece che “lo standard”.
Che l'intelligenza artificiale diventasse un prodotto standard intercambiabile, come è successo con la banda larga o la telefonia mobile.
Troppo grande per fallire?
Il paradosso è che OpenAI è diventata “too big to fail” non perché sia solida finanziariamente (anzi, è alquanto fragile), ma perché troppi grandi player hanno puntato troppi soldi sulla stessa scommessa.
Probabilmente, se le cose andassero davvero male, vedremmo degli interventi: Microsoft che completa un’acquisizione, un consorzio di investitori che la ricapitalizza, qualcosa insomma accadrebbe.
Ma questa certezza del salvataggio è esattamente ciò che rende il rischio sistemico. Quando tutti credono che qualcosa non possa fallire, smettono di prezzare il rischio correttamente. Investono di più, si espongono di più, costruiscono sempre più dipendenze. Fino a quando la narrativa cambia. E allora scoprono che il castello era di carta.
OpenAI potrebbe allora essere l’azienda più importante del decennio. Oppure potrebbe essere la Lehman Brothers dell’intelligenza artificiale: non perché fallirà ma perché quando una singola entità accumula troppe aspettative, troppo capitale e troppa interdipendenza, anche un ridimensionamento ordinario può avere conseguenze straordinarie.
Masayoshi Son ha appena fatto all-in in OpenAI. E tutti noi, a ben guardare, che lo vogliamo o no siamo seduti al tavolo con lui.
Stefano Silvestri





