Trump cambia la narrativa su Taiwan (che ora sarebbe un problema per l’America)
Dopo il vertice con Xi Jinping, il presidente americano mette in dubbio le vendite di armi a Taipei e accusa Taiwan di aver “rubato” l’industria dei semiconduttori.
Donald Trump ha iniziato a parlare di Taiwan con lo stesso registro già usato negli ultimi anni contro molti alleati storici degli Stati Uniti.
Prima partner strategici, poi Paesi accusati di essersi approfittati della protezione, del mercato e dell’economia americana. È successo con l’Europa, con la NATO, con il commercio transatlantico. Ora lo schema sembra affacciarsi anche nel dossier più delicato dell’Indo-Pacifico: Taiwan.
La frase è arrivata in un’intervista concessa a Fox News poche ore fa. Trump ha accusato Taiwan di aver “rubato” l’industria americana dei chip e ha aggiunto che Taipei farebbe bene a “calmarsi un po’”.
Parole pesanti, soprattutto perché pronunciate subito dopo il vertice con Xi Jinping a Pechino. Secondo Reuters, Trump ha detto di aver discusso con il leader cinese delle vendite di armi americane a Taiwan e di voler prendere presto una decisione, pur sostenendo di non aver assunto impegni con Pechino.
Il punto politico è proprio questo. Trump non ha annunciato una svolta formale sulla politica americana verso Taiwan. Ha però cambiato il tono del racconto. Taiwan, finora descritta da Washington come un partner essenziale per contenere la pressione cinese, viene presentata anche come un concorrente industriale che avrebbe danneggiato gli Stati Uniti.
È un passaggio che può preparare l’opinione pubblica americana a leggere l’isola in modo diverso: meno come una democrazia da sostenere e più come un alleato da cui pretendere qualcosa in cambio. O, semplicemente, da smettere di proteggere per venire incontro alle richieste di Xi Jinping.
La leva contrattuale di Trump
La sequenza è politicamente sensibile. Trump si è presentato a Pechino per incontrare Xi Jinping ma, come riporta il Corriere della Sera, i media russi hanno raccontato quel vertice come il viaggio di un presidente americano arrivato “col cappello in mano”.
Nella lettura di Mosca, Trump si sarebbe presentato da Xi senza vere carte da giocare: con il dossier iraniano ancora aperto, con la necessità di ottenere da Pechino una qualche forma di collaborazione su Teheran e con una leva tecnologica meno incisiva di quanto Washington vorrebbe.
Lo dimostra anche il caso degli H200 di Nvidia: nonostante l’apertura americana di queste ore, la Cina non sembra intenzionata a comprarli in massa e continua a frenare gli acquisti, mentre spinge sulle alternative nazionali. Sullo sfondo ci sono anche i progressi cinesi (su tutti) nell’intelligenza artificiale, nella robotica e nell’automotive, settori in cui Pechino si sta dimostrando sempre più competitiva.
È dentro questa cornice che va letta la frase successiva sulle armi a Taiwan. Se Trump si trova davvero in una posizione negoziale più debole, la domanda diventa inevitabile: quale concessione può offrire a Xi? Ebbene, una delle richieste più importanti di Pechino riguarda proprio Taipei, cioè la riduzione del sostegno politico e militare americano all’isola.
Le vendite di armi americane a Taipei sono da sempre uno dei punti più contestati da Pechino. La Cina considera Taiwan parte del proprio territorio e vede il sostegno militare americano come un’interferenza diretta. Gli Stati Uniti, pur non avendo rapporti diplomatici formali con Taipei, restano il principale sostenitore internazionale dell’isola e il suo maggiore fornitore di armamenti.
Proprio per questo, il fatto che Trump abbia discusso il tema con Xi e poi abbia detto di non aver ancora deciso sul pacchetto di armi da circa 14 miliardi di dollari sposta il segnale politico, anche senza una decisione ufficiale.
Trump non può uscire da un colloquio con Xi Jinping e dire semplicemente che intende ridurre il sostegno militare a Taiwan per venire incontro alle richieste cinesi. Sarebbe una concessione troppo esplicita.
Può però cambiare la cornice: presentare Taiwan come un Paese che ha approfittato degli Stati Uniti, accusarla di aver portato via all’America un’industria strategica, trasformare la sicurezza dell’isola da pilastro della deterrenza a questione da ricalcolare. La revisione della narrativa può arrivare prima della revisione della politica.
Ma Taiwan è indispensabile per l’IA americana
Taiwan però non è soltanto un territorio conteso tra Cina e Stati Uniti. È uno dei centri materiali dell’economia tecnologica mondiale. Secondo il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, l’isola pesa per oltre il 60% dei ricavi mondiali della produzione conto terzi di chip e per oltre il 90% della manifattura dei semiconduttori più avanzati. La stessa fonte sottolinea che aziende americane come Apple, Nvidia e AMD dipendono in modo significativo dalle capacità produttive avanzate di TSMC.
Il che rende l’uscita di Trump ancora più problematica. Accusare Taiwan di aver rubato l’industria americana dei chip può funzionare come messaggio politico interno, soprattutto in una fase in cui la Casa Bianca vuole riportare capacità manifatturiera negli Stati Uniti. Ma Taiwan resta oggi una condizione materiale della potenza tecnologica americana. I chip vengono progettati da aziende statunitensi, comprati dai grandi cloud americani e usati nei data center che alimentano la corsa all’intelligenza artificiale. Una parte decisiva della produzione avanzata, però, passa ancora da TSMC.
La sicurezza di Taiwan è quindi anche sicurezza della catena di approvvigionamento dell’intelligenza artificiale americana. Una Taiwan meno sicura non metterebbe in difficoltà solo Taipei. Aumenterebbe il rischio per Nvidia, per Apple, per AMD, per i grandi operatori cloud e per le Big Tech che Trump ha portato con sé in aereo a Pechino proprio per mostrare la forza tecnologica degli Stati Uniti.
Il paradosso della nuova linea americana
Il paradosso pare dunque evidente. Trump dice di voler difendere l’industria americana dei chip ma il modo in cui sta parlando di Taiwan rischia di rendere più fragile proprio il settore che vuole proteggere. L’intelligenza artificiale americana vive di capacità di calcolo, la capacità di calcolo vive di semiconduttori avanzati e i semiconduttori avanzati dipendono ancora in larga misura dall’ecosistema taiwanese.
La Cina conosce benissimo questo punto. Pechino non considera Taiwan solo una questione identitaria o territoriale. Sa che l’isola è anche una leva industriale enorme. Se Washington iniziasse a trattare la sicurezza di Taiwan come una variabile negoziale nei rapporti con Xi, il messaggio arriverebbe ben oltre Taipei. Arriverebbe ai mercati, ai produttori di chip, ai grandi cloud, alle aziende che stanno investendo centinaia di miliardi nell’IA e agli alleati asiatici che guardano alla credibilità americana.
Per questo la frase sui chip conta più di quanto sembri. Trump non ha solo attaccato Taiwan in televisione. Ha iniziato a raccontarla con una grammatica diversa: quella dell’alleato che deve restituire qualcosa agli Stati Uniti. Il rischio, per l’America, è che questa narrazione finisca per indebolire una delle basi più concrete della sua stessa supremazia tecnologica.
Stefano Silvestri




