Data center, il tappeto rosso del governo e il conto lasciato ai territori
L’Italia vuole attrarre gli investimenti dell’IA, ma rischia di mettere energia, acqua e territorio senza conquistare alcuna sovranità digitale.
Il governo italiano ha deciso che i data center devono correre. Un unico procedimento, un termine massimo di dieci mesi e tempi dimezzati per la Valutazione di impatto ambientale. Se poi il collegamento definitivo alla rete elettrica non è ancora pronto, l’impianto potrà essere autorizzato, costruito e persino acceso con un allaccio provvisorio, funzionando a potenza ridotta finché non arriverà quello vero.
Non è difficile capire il messaggio rivolto agli investitori: venite in Italia, questa volta cercheremo di non farvi aspettare.
Più difficile è capire quale sia il messaggio rivolto a chi vive nei territori interessati, alle amministrazioni che dovranno esaminare i progetti e a una rete elettrica sulla quale, alla fine di giugno, erano già state presentate 520 richieste di connessione per data center, per una potenza complessiva di 96,28 gigawatt.
Una cifra teorica, certo, perché molti di quei progetti non verranno mai costruiti. Ma abbastanza grande da raccontare che cosa sta succedendo: cloud e intelligenza artificiale stanno trasformando l’energia nel bene più conteso dell’economia digitale, e l’Italia ha deciso di giocare la propria partita offrendo soprattutto una cosa. Velocità.
Il pregio della procedura unica
I primi indirizzi operativi pubblicati dal Ministero dell’Ambiente riguardano il PUCD, il Procedimento Unico per il rilascio delle autorizzazioni ai progetti di Centri Dati, introdotto dal cosiddetto Decreto Bollette.
I data center stanno diventando terreno di scontro politico
Bernie Sanders non è un personaggio marginale della politica americana. Senatore del Vermont, in carica da anni, ha costruito la sua carriera su temi come disuguaglianze economiche, diritti dei lavoratori e concentrazione del potere nelle mani di pochi.
Il principio, preso da solo, è difficile da contestare. Le aziende dovranno continuare a ottenere tutti i via libera necessari, dunque valutazione di impatto ambientale, autorizzazione integrata ambientale, titoli edilizi, autorizzazioni paesaggistiche, permessi per l’utilizzo dell’acqua e per le emissioni. Il progetto dovrà inoltre essere conforme ai piani urbanistici.
La differenza è che queste valutazioni confluiranno nello stesso procedimento, invece di inseguire percorsi amministrativi separati o coordinati attraverso meccanismi differenti. Meno rimbalzi tra gli uffici, meno duplicazioni, una sola cornice entro la quale arrivare a una decisione.
Fin qui, nulla da obiettare. La burocrazia non diventa improvvisamente un valore soltanto perché a lamentarsene sono le multinazionali. Se un progetto può essere esaminato meglio e in modo più ordinato, evitando anni di attese, è giusto farlo. Il problema comincia quando dalla semplificazione si passa al cronometro.
Dal momento in cui la documentazione viene dichiarata completa, l’intero procedimento deve concludersi entro dieci mesi. La proroga è ammessa soltanto in circostanze eccezionali e non può superare altri tre mesi. I termini previsti per la Valutazione di impatto ambientale, inoltre, vengono dimezzati.
I controlli dunque non scompaiono. Ma dovranno semplicemente essere fatti molto più in fretta.
La complessità non obbedisce al calendario
Un grande data center può assorbire centinaia di megawatt, occupare superfici enormi, richiedere nuove linee elettriche e, a seconda del sistema di raffreddamento utilizzato, consumare quantità significative d’acqua. Non tutti gli impianti hanno lo stesso impatto, ed è proprio per questo che esistono le valutazioni ambientali: per capire quali conseguenze avrà un determinato progetto in un determinato luogo.
La corsa all'IA ha un problema: la corrente
Sapete qual è il vero segreto per vincere la corsa all’intelligenza artificiale? Non è avere i chip più potenti, né costruire i data center più grandi, né mettere sul piatto più soldi di tutti. È una cosa molto più banale: la corrente elettrica.
Dimezzare il tempo però non dimezza la complessità. Può darsi che gli uffici pubblici abbiano personale, competenze, risorse e dati sufficienti per lavorare meglio e più rapidamente. In quel caso il nuovo procedimento sarà davvero una riforma dell’efficienza, e non ci sarà molto di cui lamentarsi.
Ma se quelle risorse non ci sono, il rischio è che la certezza promessa agli investitori venga ottenuta sottraendo tempo a chi dovrebbe valutare ciò che ricadrà sui cittadini.
È una delle contraddizioni più ricorrenti della politica italiana. Alle amministrazioni non si garantiscono necessariamente più tecnici, più strumenti o più capacità; si garantisce però una scadenza più vicina. Il problema non viene risolto, viene compresso dentro un calendario.
Poi, se il progetto è semplice, bene. Se è complicato, dovrà smettere di esserlo entro dieci mesi. Accendere prima, collegare dopo, insomma.
Il problema energetico
La seconda accelerazione riguarda l’energia. La legge permette alle aziende di partire con un collegamento elettrico provvisorio, meno potente di quello definitivo che arriverà una volta completato il progetto di connessione alla rete nazionale.
Tradotto: il data center può essere autorizzato, costruito e perfino acceso prima che sia pronto l’allaccio vero e proprio. All’inizio funzionerà a potenza ridotta; quando arriverà la connessione definitiva, potrà entrare a pieno regime.
Nel documento il Ministero utilizza una formula curiosamente esplicita: questa possibilità serve alle aziende che vogliono “mettere a terra” gli impianti in velocità.
La corsa all’IA è diventata una corsa ai soldi
C’è una cosa che rischiamo di sottovalutare nella corsa all’intelligenza artificiale. Quando guardiamo i modelli, valutiamo se ChatGPT risponde meglio di Claude, se Gemini recupera terreno o se Grok è davvero competitivo. Insomma, se il nuovo modello ragiona meglio, scrive meglio, programma meglio o costa meno.
La frase merita di essere presa sul serio, perché descrive molto bene la filosofia dell’intera operazione. Prima facciamo partire il progetto, poi completiamo ciò che gli serve per funzionare davvero.
Anche qui la logica industriale esiste. I tempi delle connessioni sono uno dei principali ostacoli alla costruzione di infrastrutture energivore e attendere per anni la soluzione definitiva di Terna può rendere un investimento meno conveniente o spingerlo verso un altro Paese.
Ma anticipare l’impianto rispetto all’infrastruttura elettrica significa anche rendere molto più difficile tornare indietro. Una volta costruito un data center da centinaia di milioni, la rete necessaria ad alimentarlo non sarà più una possibilità da valutare ma un problema da risolvere.
Prima arriva l’investimento. Poi, inevitabilmente, dovranno arrivare i megawatt.
La coda dei 96 gigawatt
Alla fine di giugno Terna aveva ricevuto 520 richieste di connessione per data center, per una potenza totale di 96,28 gigawatt.
È un numero impressionante, ma non significa che l’Italia stia per accendere impianti capaci di assorbire 96 gigawatt. Le richieste comprendono progetti preliminari, iniziative concorrenti e operazioni che potrebbero non vedere mai la luce.
Quelli classificati come “ready to build”, cioè sostanzialmente pronti a partire, erano quattordici, tutti in Lombardia, per una potenza complessiva di 1,68 gigawatt. Molto meno di 96 ma comunque una quantità enorme di energia concentrata in una sola regione.
La Lombardia vuole "governare" l’IA. Ma ospitare data center non basta
“Governare la trasformazione digitale, anziché subirla”, è una formula che funziona. Suona concreta, ambiziosa, rassicurante. Ed è la formula scelta dalla Regione Lombardia per presentare la prima legge italiana dedicata in modo specifico ai data center, approvata dal Consiglio regionale lo scorso 26 maggio.
Non sorprende quindi che proprio in Lombardia il conflitto abbia cominciato a diventare visibile. A Lacchiarella, a sud di Milano, cittadini e comitati provenienti da diversi comuni hanno manifestato contro un nuovo grande centro dati. A Travagliato, in provincia di Brescia, centinaia di persone hanno protestato dentro e fuori dal Consiglio comunale, chiedendo chiarimenti sul consumo di suolo, acqua ed elettricità.
Liquidare tutto come la solita sindrome del “non nel mio giardino” sarebbe comodo, sebbene in parte lo sia. Ma non tutte le obiezioni sono oscurantismo. Quando una struttura consuma energia paragonabile a quella di una città, occupa territorio, può richiedere grandi quantità d’acqua e rende necessarie nuove opere di rete, chiedere che cosa ci guadagni la comunità non è luddismo. È politica.
L’equivoco della sovranità digitale
I data center servono al cloud, ai servizi digitali e alla crescita dell’intelligenza artificiale. Se l’Italia rinunciasse completamente a queste infrastrutture, continuerebbe a dipendere dai server e dalle aziende di altri Paesi. Ma il passaggio successivo, quello secondo cui costruire data center in Italia significherebbe conquistare la sovranità digitale, è molto meno scontato.
Se gli impianti appartengono ad Amazon, Microsoft, Google o Meta, il controllo della tecnologia, dei servizi, delle piattaforme e delle decisioni strategiche rimane nelle loro mani.
IA sostenibile? Quando i crediti verdi nascondono i combustibili fossili
L’Europa si sta trovando davanti a una scelta che viene spacciata come un bivio inevitabile: competere nella corsa all’intelligenza artificiale o mantenere la leadership globale sugli impegni climatici. Ma è davvero necessario scegliere? O questa narrazione nasconde scelte politiche ed economiche che sarebbe più scomodo ammettere apertamente?
L’Italia in questo caso mette il territorio, l’energia, l’acqua e le reti. In cambio spera in qualche appalto, qualche posto di lavoro e che almeno una parte delle tasse rimanga qui. È indotto, non sovranità e il rischio è di diventare il luogo in cui l’infrastruttura consuma risorse, non quello in cui vengono prese le decisioni.
Che cosa chiediamo in cambio?
Una vera politica industriale non dovrebbe limitarsi a stabilire quanto velocemente autorizzare un data center. Dovrebbe decidere dove abbia senso costruirlo, quanta energia sia realmente disponibile, quali reti debbano essere potenziate, quanta acqua possa essere utilizzata e quali benefici debbano rimanere sul territorio.
Dovrebbe chiedere quanta occupazione stabile verrà creata, quali imprese locali saranno coinvolte, se il calore prodotto verrà recuperato, se l’azienda contribuirà a realizzare nuova capacità energetica e chi pagherà gli interventi necessari sulla rete.
Soprattutto, dovrebbe distinguere tra gli impianti che rafforzano davvero l’economia digitale italiana e quelli che utilizzano l’Italia come una presa elettrica particolarmente disponibile.
Per ora il governo ha stabilito con grande precisione ciò che offre agli investitori: un solo procedimento, tempi certi, Valutazioni di impatto ambientale più rapide e la possibilità di partire con un collegamento provvisorio. Molto meno chiaro è ciò che pretende in cambio.
Ed è qui che il tappeto rosso rischia di diventare il simbolo giusto. Le aziende sanno quanto dovranno aspettare, come potranno iniziare a costruire e perfino come accendere gli impianti prima dell’allaccio definitivo. I territori, invece, devono ancora capire quanta energia e quanta acqua verranno richieste, quali opere dovranno essere realizzate e quale parte del valore resterà davvero in Italia.
La domanda non è se dobbiamo costruire data center. La domanda è se vogliamo governare questa trasformazione oppure limitarci a preparare il terreno, stendere i cavi e sperare che, una volta passato il corteo degli investimenti, non rimanga a noi soltanto il conto.
Stefano Silvestri









